Bodycam ai sanitari

Abbiamo appreso dalla stampa che la Regione si appresta a sperimentare, a partire dall’Ulss del Veneto Orientale, delle bodycam e degli smartwatch contro le aggressioni al personale. 

Un annuncio effettuato nel corso della giornata nazionale contro la violenza dei lavoratori della sanità. Con questa proposta la Regione Veneto annuncia alcune soluzioni su un tema che andrebbe affrontato con molta serietà coinvolgendo tutti i soggetti istituzionali e le parti sociali, che fa parte a pieno titolo del capitolo salute e sicurezza ma che non trova alcuna regolamentazione nel recente Piano strategico sulla salute e sicurezza approvato recentemente dalla stessa Giunta. 

Oggi quando un lavoratore della sanità, come anche degli altri servizi pubblici, viene aggredito deve trovarsi e pagarsi l’avvocato per difendersi e tutelarsi. Il lavoratore viene letteralmente abbandonato a se stesso sia in termini di tutela che dal punto di vista dei costi per la sua difesa. Dovrebbe invece essere l’Ulss, o l’Ente Locale piuttosto che l’azienda de trasporti, a costituirsi contro l’aggressore per tutelare i propri dipendenti dando il messaggio chiaro ai potenziali aggressori che si troveranno contro le istituzioni e non il singolo lavoratore. In molti casi il lavoratore non sceglie nemmeno di denunciare perchè non vuole intraprendere un percorso legale difficile che lo espone personalmente con l’aggressore e di cui deve coprire anche i costi legali. 

Come Cgil e Fp Cgil non ci sottrarremo a nessun confronto anche laddove siano previsti interventi nuovi ma è bene che sia chiaro che nel nostro paese esiste una normativa sul lavoro che prevede che strumenti come quelli della sorveglianza debbano essere frutto di specifici accordi sindacali. 

E siamo altresì convinti, considerando che nei pronto soccorso le telecamere esistono da circa trent’anni, che vadano ponderate attentamente tutte le soluzioni e le dinamiche che stanno portando ad escalation di violenza nei confronti di sanitari applicando, intanto, quello che la Legge già prevede e decidendo di costituirsi sempre parte civile.

Ci saremmo aspettati una chiara indicazione sulla tutela legale oltre allo stanziamento di milioni di euro solo per gli strumenti elettronici. Ci saremmo aspettati che le organizzazioni sindacali che da anni denunciano il problema fossero state convocate, informate dalle Ulss e dalla Regione per avviare un confronto come previsto dai contratti nazionali e non apprendere dalla stampa di questa sperimentazione.

Rimangono molti punti da chiarire, che ci pare siano assolutamente sottovalutati come ad esempio se anche l’utenza potrà chiedere accesso alle riprese per chiedere la verifica dell’assistenza che ha ricevuto. 

Serve una vera campagna informativa contro le aggressioni, che spieghi le pene e le conseguenze di chi attua determinati comportamenti, che spieghi all’utenza come sia importante non avere reazioni scomposte e che deve fidarsi della professionalità e delle competenze di chi lo sta assistendo.

Quello che manca è un vero piano di “difesa del sistema sanitario” dato che molte delle aggressioni, escludendo coloro i quali si presentano in stato di alterazione o con disturbi evidenti, avvengono per i tempi di attesa, per la difficoltà del personale a dare delle risposte a causa della grave carenza di lavoratori.